OPERAI AGRICOLI A TERMINE (OTD), FONDAMENTO PRODUTTIVO E INSIEME SERVITORI MAI RICONOSCIUTI STABILI, DELLA AGRICOLTURA NAZIONALE
Home Index WordPress. GIù

Dio progettò il lavoro agricolo, allorché creò l’uomo; e Adamo lo intraprese poche ore dopo, o poco tempo dopo, che fu creato.
La Scrittura, esprime questo pensiero, dicendo che Dio prese l’Uomo e lo pose nel giardino di Eden, “affinché lo coltivasse e lo custodisse”.
Adamo è dunque il primo Coltivatore Diretto o Agricoltore, della storia umana. Tuttavia si noti come il compito che Dio gli assegna, non è solo “coltivare”; ma anche “custodire”, lo stesso Giardino dell’ Eden.
Coltivazione e buona custodia (buona ecologia), vanno di pari passo, fin dalle primissime attività di Adamo (Gn 2,15).
Dunque, dalla creazione fino ai nostri giorni, il lavoro agricolo è il principale pilastro storico, della vicenda umana, visto che di tale vicenda, ne permette sia la sopravvivenza che l’esistenza, e l’espressione culturale.
Questo pilastro e questa storia, sono anche il fondamento delle istituzioni, cioè della Repubblica, delle Monarchie e Repubbliche, e di tutti gli Stati mondiali.
Infatti, questo lavoro, si dipana in silenzio, precedendo da millenni qualsiasi ente; sostentando da millenni la vita di tutti i popoli, anche quando la Repubblica e ogni altra Monarchia o Istituzione, non esisteva ancora, e nessuno ne parlava.
È questo lavoro agricolo che ancora oggi, esercita la missione primaria superiore a tutte le altre missioni lavorative, di custodire la terra, di produrre il cibo, di sostenere le comunità rurali e il mondo intero.
È’ ancora, questo lavoro medesimo, che con la sua missione insostituibile, mantiene vivo il tessuto sociale e idrogeologico dei territori, almeno fin dove arriva.
Dove arriva il lavoro agricolo sostenibile, mette ordine; dove manca, sopraggiunge il disordine, come mostra la vicenda recente, dell’esodo rurale e il conseguente dissesto produttivo e dei regimi acquei, non più curati capillarmente, dalla civiltà contadina.
La Costituzione, agli artt. 35 e 36, tutela il lavoro in tutte le sue forme, senza distinzione di settore, riconoscendo la dignità del lavoratore, come valore primario e indispensabile.
La precarizzazione illimitata degli OTD agricoli, consentita dagli artt. 10 D.Lgs. 368/2001 e 29 D.Lgs. 81/2015, rappresenta invece, una ferita alla dignità del lavoro agricolo, che va oltre i lavoratori, arrivando fino alle imprese e all’Italia quale tradizionale modello di civilta, che ha aperto le porte alla Scienza moderna, alla bellezza dell’arte e alla qualità estetica e sostanziale, del ben vivere.
Essa ferita infatti, trasforma un’intera categoria di operai, in manodopera eternamente provvisoria e precaria, con fenomenologia peggiore dei medioevali Servi della Gleba, i quali avevano l’obbligo di non trasferirsi dal fondo castellano (se non dietro esplicito permesso del Signore del Feudo); ma non erano mai in balia della mancanza di occupazione o della mancanza di stabilità occupazionale; anzi il Castello che all’epoca, altro sostentamento non aveva oltre l’agricoltura essenziale, riconosceva loro pure un appezzamento privato da orto e colture familiari, personali, oltre a una parte dei raccolti.
Invece, al contrario dei tanto discussi Servi delĺa Gleba medioevali, la condizione Otd italiana attuale, è completamente priva di stabilità, priva di prospettiva, priva di tutela, e dunque priva di quella dignità che la Costituzione impone di garantire.
Il lavoratore agricolo moderno industriale, al contrario, sul piano operativo, non è più un lavoratore occasionale come viene descritto dai filo-precari; è invece, un professionista della terra, spesso impiegato per l’intero anno agrario, con competenze tecniche, responsabilità operative e un ruolo essenziale, nella filiera agroalimentare.
La sua dignità non può essere sacrificata sull’altare della flessibilità, né può essere subordinata a una disciplina normativa, che lo esclude ingiustamente, dalle tutele riconosciute a tutti gli altri lavoratori italiani.
Il pubblico oggi, la Consulta domani, sono chiamati pertanto a valutare se la precarizzazione strutturale degli OTD agricoli, sia compatibile con i principi supremi della Repubblica.
E la risposta ve la dico in anticipo. Non è compatibile.
La risposta dunque, non riguarda solo il singolo lavoratore, ma l’intero settore agricolo, la sua dignità, la sua funzione sociale e il rispetto che lo Stato deve a chi lavora la terra
Ripristinare la dignità del lavoro agricolo, significa ripristinare la dignità delle imprese che dimostrano così di non essersi dimenticate del bene comune; e significa ancor più, ripristinare la dignità della Repubblica, che recupera subito di fronte al Popolo, l’esser basata sul lavoro, e non come ora per gli Otd, sulle versioni peggiorative, del lavoro medesimo.
Del pari significa pure, eliminare un grosso buco e peso sociale, in termini di mancato welfare progettuale e familiare.
Gli Otd agricoli infatti, costituiscono l’80-90% del totale dei dipendenti agricoli nazionali; sono attorno a 800-900 000 operatori, con sostanziale stabilità numerica annuale, dal 2020 in poi fino a oggi, secondo i Dati Inps; ma si può aggiungere attorno a 500.000 individui in più, al nero, tra situazione del Sud e continui arrivi incontrollati, di stranieri.
In tutto, dal 2020 al 2026, gli addetti in agricoltura regolari, si aggirano intorno al milione; di questa totalità, gli Oti
(Operai che hanno conseguito la trasformazione indeterminata; o sono stati assunti direttamente fissi),
rappresentano solo il 10%.
Allo stato attuale, si può dire pertanto, che l’agricoltura nazionale, è basata sullo sfruttamento metodologico degli Otd (Operai Agricoli a Termine); i quali, all’atto pratico, operano senza riconosciuta anzianità di servizio e conseguente trasformazione indeterminata .
Ora un sistema che per produrre ha bisogno di mettere alla gogna, cioè di sfruttare malamente, una intera categoria sociale che supera abbondantemente il milione, tra lavoro regolare e no; ed è insieme, non una categoria qualunque ma indispensabile e insostituibile, nel processo produttivo; può dirsi che è un sistema sano e moderno?
Può dirsi che è all’altezza della situazione produttiva e legislativa, tradizionale italiana, e europea?
Non può dirsi.
Si dimostra all’atto pratico, un sistema né capace di mettersi in fila, tantomeno di lasciarsi guardare o ergersi a mò d’esempio europeo.
Ha solo una chance obbligata, quella di correggersi.
Come del resto, mostra il recente rinvio pregiudiziale della Cassazione 12572/25 alla CGUE (Corte di Giustizia Europea), a riguardo degli abusi mediante numerose successioni dei Contratti a termine, in Italia; tutte successioni che precarizzano all’infinito, in contrasto con la Direttiva del Consiglio UE, 1999/70, che invece comanda la trasformazione indeterminata

Home Index WordPress. Torna su