L’IMPRESA AGRICOLA MODERNA DOVREBBE RIAPPROPRIARSI DELLA COLLABORAZIONE SINCERA DEL LAVORO, E DI CONSEGUENZA, DELLA POESIA E DELL’ARTE
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INDICE
A) Virgilio e l’inizio della universale celebrazione poetica del lavoro.
B) L’Impresa agricola, al contrario del Lavoro agricolo, non beneficia della celebrazione poetica e artistica; anche se ne avrebbe necessità.
B1) Nascita dell'Impresa agricola moderna.
B2) Il Conflitto tra Capitale e Lavoro non è la Regola, ma l’eccezione alla regola. La regola è la collaborazione reciproca
C) Perché l’Impresa agricola ha bisogno della poesia
Il lavoro agricolo viene facilmente cantato dai poeti e celebrato nell’arte. Virgilio é però il pilastro iniziale e più universale, di questo filone.
Il suo concetto di lavoro agricolo è tanto semplice quanto profondo; tanto antico quanto universale.
Il lavoro (labor) è per Virgilio, improbus, cioè implica la fatica necessaria, dignitosa e operosa. Serve a conquistare il benessere individuale e sociale.
Questa fatica del Labor, è fatta di sofferenza, ma anche di impegno, arte, perizia e audacia, con cui l’uomo affronta e supera i limiti e le difficoltà posti da Giove. Giove infatti, intervenendo sulla natura col suo disegno divino di limitazione e modificazione, ha creato le premesse sacre, perché gli uomini soddisfino mediante la fatica o lavoro improbo, i bisogni personali e conquistino con merito il proprio benessere.
Con Giove al tempo in cui scrive Virgilio, si ha il lavoro meritevole; con Saturno invece, nelĺa precedente età dell’oro, il lavoro mancava del tutto, perché non necessario, o se c’èra, era senza merito; e così, con tanta abbondanza gratuita, si creavano i presupposti dell’ozio nocivo. Non c’è dubbio sembra dire Virgilio, che è meglio il tempo di Giove; col quale Roma lavora i campi meritevolmente; e al contempo, conquista i popoli altrettanto meritevolmente. Virgilio è dunque, daccordo con Giove e con Augusto riformatore, e insieme, salvano il merito dell’azione umana; sia lavorare un campo, costruire il Colosseo, o battere Annibale, o costruire l’Impero, o una tipica strada o acquedotto…, tutte cose in cui i Romani eccellono; il merito, è sempre sia umanamente lodevole che divinamente, procedente da Giove e dagli dei.
Si noti anche che Virgilio non descrive il lavoro agricolo principalmente come lavoro dello schiavo, benché la schiavitù costituisse una componente essenziale dell’agricoltura romana. Egli sceglie invece di porre al centro l’agricola, cioè l’uomo che, direttamente e personalmente, affronta la terra, la necessità e la difficoltà. In tal modo il labor viene sottratto alla sua specifica dimensione sociale e storica e diventa una categoria universale dell’agire umano. Il valore del lavoro non consiste soltanto nel prodotto ottenuto, ma nel merito di chi, attraverso labor, ars e ingenium, supera gli ostacoli posti dalla condizione umana. In questa prospettiva l’agricoltore può diventare figura paradigmatica dell’uomo romano: come il contadino coltiva la terra, così il soldato difende la comunità, il magistrato la governa e il costruttore la edifica. Il lavoro agricolo diviene dunque una delle forme originarie attraverso cui l’uomo trasforma la necessità in civiltà. E anche Cicerone è avviato a questa prospettiva, quando dice che tra tutte le arti, l’agricoltura è la più degna di un uomo libero. Quindi come sostiene tacitamente Virgilio, anche il grande umanista avvocato, pensa che il lavoro agricolo, non sia roba da schiavi; ma da liberi
Vediamo dunque la suddetta definizione di lavoro nel dettaglio dei versi, e se necessario alla chiarezza, ripetendola a tratti.
Nel Primo Libro delle Georgiche, Giove ha reso difficile e faticoso lavorare; ma lo ha fatto a fin di bene, per stimolare l’ingegno umano che si affina con l’esercizio quotidiano del lavoro stesso.
Insomma, al contrario di quanto avveniva nella abbondanza dell’età saturnia o dell’oro, dove la facilità di produrre e vivere, non creava uno stimolo sufficiente ad affinare l’ingegno umano; ora nell’etá di Giove, questo stimolo del bisogno sufficiente, c’è. E va governato con la risposta adeguata, del lavoro
«Pater ipse colendi haud facilem esse viam voluit, primusque per artem
movit agros, curis acuens mortalia corda…»
«Il padre stesso [Giove] volle che la via della coltivazione non fosse facile e per primo fece lavorare i campi, affinando con le difficoltà, l’ingegno degli uomini.». (Georgiche, I, 121-123)
A causa del decreto di Giove, il lavoro è divenuto sostanzialmente faticoso o improbo, ma tale lavoro che è anche ingegno, arte, perizia, prevale su qualsiasi difficoltà o bisogno incalzante, l’agricoltore possa incontrare:
«Labor omnia vicit / improbus et duris urgens in rebus egestas.
“L’ostinato lavoro — merito dell’uomo — ha vinto ogni ostacolo; e, dal canto suo, il bisogno — voluto da Giove — incalza nelle dure circostanze.” (Georgiche, I, 145-146).
Il labor è qui un lavoro duro, faticoso, incessante, imposto dalla necessità preordinata da Giove; ma proprio attraverso questa fatica che supera meritevolmente, il prestabilito divino; l’uomo sviluppa le proprie artes, cioè le proprie capacità tecniche e operative .
Dopo aver descritto sopra, praticamente la pietas dell’agricoltore, che con il lavoro supera ogni ostacolo e accetta le difficoltà volute da Giove
(il quale ha posto fine all’età dell’oro di Saturno, come sopradetto, per evitare il pericolo dell’inerzia di tale età saturnia, e dell’ozio in generale),
il poeta richiama ora, le bona, le cose buone che rendono fortunati gli agricoltori:
«O fortunatos nimium, sua si bona norint, agricolas»!
“O fin troppo fortunati gli agricoltori, se solo conoscessero i propri beni” ! (Georgiche II,458-59)
Cioè:
se solo fossero pienamente consapevoli che il lavoro rigenera l’uomo, combatte l’inerzia dell’età dell’oro, e l’ozio in generale; trasmette altresì, i valori del mos maiorum : sobrietà, pietà, disciplina;
se solo fossero consapevoli che il contatto con la natura offre pace, serenità e distacco dalle lotte politiche e dalle ambizioni corrotte della città;
se solo fossero consapevoli che il duro lavoro (labor improbus) è, come detto sopra, un mezzo con cui Giove sprona l’uomo a impegnarsi e a progredire.
Con il cristianesimo, questa idea del lavoro meritevole sotto lo sguardo di una divinità che ne ha creato le premesse teologiche capaci di evidenziare il merito umano, viene consapevolmente o no, confermata e assunta nella concezione del lavoro come mezzo di redenzione. Vale a dire, mezzo di riscatto dalla miseria materiale e, ancor più, dalla miseria spirituale, cioè dal peccato . Ciò è mostrato in modo eloquente, dalle Allegorie o Personificazioni dei Mesi medioevali . Per esempio il Calendario dei Lavori dei Mesi nell’Imbotte del Portale principale di Santa Maria della Pieve in Arezzo. Qui, i villici nell’Entrata maggiore della Chiesa, sono in luogo ben visibile ai fedeli e al cospetto di Gesù anziché di Giove. Lavorano lietamente in pace; e più che lavoratori manuali affaticati e stanchi, sembrano invero, santi al lavoro quotidiano: mietono, battono, vendemmiano, seminano, estraggono le rape, uccidono il suino a fine-inizio anno… appaiono insomma, operativi quali cristiani avanzati spiritualmente, che realizzano il necessario per vivere oggi con fatica lietamente accettata; un chiaro riscatto dalle necessità materiali; ma insieme realizzano pure il traguardo ben più importante, dell’affrancamento dal peccato, per vivere in eterno, domani. Però come in Virgilio, anche qui nel medioevo, si lavora al cospetto della divinità (non più Giove ma Gesù), che ha gettato le premesse teologiche per evidenziare e promuovere il merito dell’uomo che lavora; anzi ha tolto perfino il limite della schiavitù, si che si deve dire, ha perfino universalizzato tale concetto del merito lavorativo.
E continua il Mantovano, col concetto di secura quies ; un concetto di benessere o tranquillità, un rapporto autentico senza anzia, che scaturisce dalla pace e dal tempo libero girando tra i vari Poderi:
«…at secura quies et nescia fallere vita, dives opum variarum, at latis otia fundis…»;
«…ma vi è una tranquillità al riparo da cure/ansie e un’esistenza che non sa ingannare, ricca di beni svariati, e pace e tempo libero nei vasti poderi…» (Georgiche II,467…).
Virgilio dunque è il cantore più universale del lavoro agricolo. A causa di ciò, è immensa la fortuna futura, di questo poeta in tutto il mondo.
Non solo nelle culture dirette, che studiano Virgilio a scuola, come Italia, Europa, America nord-centro-sud; ma anche fuori dalla trasmissione diretta, come il Giappone e la Cina; l’India; l’Africa, l’Australia, … .
Virgilio è conosciuto e amato, anche fuori dal mondo occidentale, perché le sue affermazioni archetipiche sul lavoro della terra, spesso coincidono o somigliano o sono molto analoghe, alle affermazioni e riflessioni dei saggi o religiosi locali, cinesi, giapponesi, africani, indiani….
Questo a riguardo del lavoro agricolo. La poesia e l’arte, lo celebra in tutte le culture o quasi, a partire da Virgilio e simili .
B) L’IMPRESA AGRICOLA, AL CONTRARIO DEL LAVORO AGRICOLO, NON BENEFICIA DELLA CELEBRAZIONE POETICA E ARTISTICA; ANCHE SE NE AVREBBE NECESSITÀ
La stessa celebrazione dell’arte come nel lavoro agricolo, non ha luogo, a riguardo della Impresa agricola in senso moderno.. Parlo dell’impresa costituita da Capitale, Lavoro e Rischio di investimento che nasce, tra fine del 1800 inizio 1900.
Tuttavia, sarebbe interesse sia del Capitale che del lavoro, recuperare un rapporto fecondo e duraturo con la poesia e l’arte, analogamente, al lavoro agricolo; per mettere in evidenza che anche l’esercizio dell’Impresa, è parte del vero, del bello, del buono dell’esistenza.
Da questa sottolineatura artistica, scaturirebbe un incoraggiamento reciproco alla collaborazione sincera tra Capitale e lavoro; collaborazione che è lo spazio fondamentale del discorso produttivo. Infatti va sottolineato con forza, che la lezione fondamentale di tale processo della produzione, non è il conflitto ma la collaborazione e il rispetto, la fiducia reciproca, tra Capitale e lavoro.
Dunque l’arte non celebra l’impresa agricola moderna; ma solo il lavoro agricolo nudo e solo. Ciò avviene per due ragioni:
1. l’Impresa agricola moderna, nasce tardi, con la industrializzazione ottocentesca a fine secolo; e introduce nel rapporto Capitale-Lavoro; anche innovazione, rischio, organizzazione, responsabilità economica. Cose nuove, ma sentite e viste, piuttosto per esperti di settore, che per artisti e poeti.
2. non c’è abbastanza poesia nel conflitto Capitale / Lavoro, che nel 900, ambisce a monopolizzare il processo produttivo. Questa ambizione, scoraggia, dissuade, la motivazione artistica, che abbisogna invece, di sincerità e bellezza.
B1. NASCITA DELL’IMPRESA AGRICOLA MODERNA
L’impresa agricola moderna, nasce allorché il lavoro o lavoratore diventa salariato, in un contesto di innovazione tecnica e rischio imprenditoriale; uscendo così dal secolare contratto mezzadrile. Da un lato c’è dunque il capitalista che rischia e punta al profitto e all’innovazione; dall’altra il lavoratore che esegue le mansioni, puntando al salario come mezzo di sostentamento.
A livello europeo le prime forme di impresa agricola moderna; sono le Enclosures inglesi che producono allevamento di bestiame, e frumento, in misura molto minore. Enclosures, cioe Recinti, perché si formarono dal XV sec al XVIII sec, cacciando i contadini, inglobando le terre per il pascolo comune, e i campi aperti proprietà di nessuno. Inglobavano e recintavano. Da qui il nome Enclosures. Esse come suddetto, compaiono già all’epoca Tudor tra XV-XVI sec, e sono operative quali imprese moderne, nel XVIII sec. Vengono favorite da un lato dalla assenza della mezzadria in Inghilterra, al contrario di Francia, Spagna, Italia, Germania; dall’altro dalla saliente industrializzazione inglese o rivoluzione industriale, che fornisce sempre meglio la tecnologia necessaria, in cambio dei prodotti, di prima necessita.
Comunque tra XVIII -XIX , XX sec , tutti i ptincipali paesi europei Francia, Germania, Paesi Bassi…), registrano esodo rurale e progressi agricoli legati all’avanzare generale della industrializzazione. Italia e Spagna si industrializzano più lentamente, non tanto a causa del latifondo e della mezzadria; quanto a causa dei nazionali processi industriali che pur presenti come riflesso europeo; tuttavia si sviluppano capillarmente nel dopoguerra col boom economico italiano 50-60 e spagnolo tra il 60-70. Il franchismo che finisce nel 1975, aveva posto ciononostante, notevoli premesse dello sviluppo capitalistico. Il ritorno democratico post-franchista porta a compimento tali premesse.
L’Italia di questo periodo tra fine 800 inizio 900, ha la seguente Configurazione istituzionale, agricola:
al nord tra Lombardia, Piemonte e Veneto specialmente, abbiamo la Cascina padana, a base di ingegneria idraulica, con canali e marcite; già moderna e discussa (lotte sociali) impresa agricola che produce per lo più, riso e frumento. C’è in essa per la prima volta in Italia, Capitale, Lavoro retribuito, Rischio e Innovazione, che contraddistinguono il processo produttivo.
Ma come richiama il film di Ermanno Olmi, capolavoro Palmadoro di Cannes, «L’Albero degli Zoccoli» ambientato tra 1898-99 nella Bassa Bergamasca e nel comune di Palosco (Cascina a Corte, Roggia-Sale), la mezzadria era l’altra tradizionale grande presenza, nel Bergamasco; ma si può dire, in tutto il Nord Italia, esclusa la montagna.
Al centro invece, specie in Toscana, c’è in pianura e collina, il Sistema poderile toscano; con la Villa fattoria e il territorio colonizzato dalle Case Coloniche Poderili o Poderi. Un sistema che non è ancora impresa moderna completa, a causa del contratto mezzadrile che si accontenta di dividere la produzione a metà; ciononostante, trattasi di una organizzazione del territorio, promossa dalla meritevole e proverbiale borghesia illuminata o illuminista toscana.
Questa classe sociale, detiene due primati contemporaneamente: l’istruzione agraria e l’acquisto e conduzione di terreni e fattorie.
Istruzione. Istruisce, e di buon grado innova; anzi, con la nascita dell’Accademia dei Georgofili a Firenze (1753); l’Istituto agrario di Meleto di Ridolfi (1834) e la successiva prima facoltà di agraria a Pisa nel 1840, intrapresa dallo stesso Ridolfi su commissione del Duca (la prima facoltà al mondo); nonché con la messa a punto della formula stabile del Chianti di Bettino Ricasoli di Brolio (1872, Lettera al prof. C.Studiati); segna un progresso innovativo fondamentale, in Italia e nel Pianeta. Istruisce per prima i giovani, aprendo la strada, in tutti e tre i livelli della istruzione moderna : accademico, secondario, universitario. Guardandosi al contempo dall’anticlericalismo come dal buttar via la fede al modo francese; mantengono invece la fede al modo degli illuministi italiani, e assumono l’illuminismo italiano dell’esser partigiani del ben vivere e del migliorare scientifico. La religione e la buona condotta, in questo modello educativo toscano e italiano, conservano un posto primario e importante; il fattore o Perito agrario prima, come il dottore agronomo dopo; doveva essere un tecnico anche umanamente istruito; capace cioè di dialogare e innovare, distinguendo e unendo il meglio della tradizione, col meglio della scienza moderna, sempre in divenire e da promuovere. E non viene dimenticato nemmeno il Contadino. Fin dal 1400 con l’Alberti nei Libri della famiglia, si suggerisce come migliorarne l’abitazione ; fino ai trattati settecenteschi del Morozzi e le riforme leopoldine. In generale col Contadino vi è un dialogo flessibile; i padroni ammirano il lavoro ; e si fanno carico spesso di fare opera educativa; campione di questa politica che oggi definirebbero paternalistica; è il cosidetto Barone di Ferro Bettino Ricasoli. Innovazione e dialogo rispettoso coi suoi contadini; in lui andavano di pari passo. Riuscì in entrambi gli obbiettivi. Nel codice amministrativo degli illuministi toscani, è nascosta e storicamente non rilevata, l’idea vincente, di superare il conflitto moderno, capitale/lavoro.
Acquisto di terre e conduzione. Per secoli, in modo costante e sistematico, c’è stato un continuo investire sulla campagna circostante, delle nobili o ricche famiglie fiorentine; nonché di quelle di tutti gli altri capoluoghi toscani. La città toscana, con la sua nobiltà e borghesia, non ha mai snobbato o ritenuta bassa l’agricoltura; non ha mai dimenticato la propria Campagna; ma vi ha sempre investito con premura dal medioevo in poi; fino ai nostri giorni. Si acquistano terre e si costruiscono ville e Fattorie. Questa usanza dei toscani, ha oggi contagiato anche facoltosi stranieri (talvolta notabili della politica e dello spettacolo come l’inglese Sting a Figline Valdarno…il dr. Egger Egon a Monte San Savino…ecc.); che acquistano la campagna toscana affascinati dalla bellezza dei luoghi; ma allo stesso tempo, spesso come da tradizione suddetta; attivano la produzione agricola, non accontentandosi della sola villa e piscina da relax estivo; anzi, i più avveduti e volenterosi, intraprendono anche i multiservizi per la trasformazione dei prodotti e la gestione agrituristica.
Al sud e nel Lazio predomina invece, il Latifondo e il Gabelloto laziale; che prelevano braccianti quotidianamente dai villaggi e li pagano con minimissimo salario. E dunque il Latifondo è un’impresa agricola, visto che ha capitale e lavoro? Risposta. È al massimo una protoimpresa agricola. Ma siccome non rischia e non innova quasi mai; si adagia al contrario nello immobilismo, non è una impresa agricola moderna, perché gli manca l’intenzione dinamica, cioè l’accettazione del rischio e della innovazione.
Il Latifondista invero, vive in città, mai visita i villaggi dei braccianti, e lo svolgimento pratico dei lavori quotidiani o stagionali; al posto del Fattore intermedio tra Proprietario e lavoratore, mette caporali agguerriti; tramite questi preleva le rendite da estensioni enormi; ma nulla investe, tantomeno innova, accettando il rischio creativo della impresa moderna. Egli si rifugia in una sorta di menefreghismo del quieto vivere, e troppo spesso non rischia; anzi, talvolta, sperpera il capitale senza redistribuirlo.
Ma ci furono anche lodevoli eccezioni come Pietro Lanza da Trabia a Mussomeli in Sicilia; o Giuseppe Pavoncelli in Puglia, che arrivò a possedere 12000 ha; modificandone una parte con investimenti innovativi. Tutto ciò conferma la suddetta idea del Latifondo del Sud Italia, quale forma di Protoimpresa agricola. Non era morto. Ma solo addormentato e da sviluppare.
Vista la situazione generale del latifondo del sud, quale estensione di scarso o nullo investimento e innovazione; sarà dunque meritevole, ma tardiva, la Riforma fondiaria per ridistribuire la terra; essa ebbe luogo solo con la legge 841/1950; onde Sicilia, Calabria e Campania, ebbero giustamente, la parte maggiore dei totali 700.000 ha, oggetto di distribuzione. Questa distribuzione, tuttavia, interessò in misura minore anche la Sardegna e la Maremma toscana. A base di previa bonifica avvenne invece, la distribuzione delle terre, nel Delta del Pò.
Si può dire dunque, che l’impresa agricola moderna, conquista l’Italia, fino ai nostri giorni, inseguendo la generale industrializzazione del Paese; la quale industrializzazione, ha un fondamentale epilogo e inizio:
l’Esodo Rurale che confluisce nel boom economico anni 60 e successivi.
L’Esodo dalle campagne segna la fine del Contratto di mezzadria. La legge che ne decreta la fine è la 756/1964; e con la 203/ 1982, si permette la conversione in affito del Contratto mezzadrile, a richiesta di una delle due parti. E il motivo di questa legislazione che in pratica, mira a eliminare il Contratto Mezzadrile; è evidente: la Mezzadria che permane, tende a rallentare il processo di industrializzazione in atto, legando alla terra, il contadino e la sua numerosa famiglia; in altre parole, ci troviamo all’inizio di ciò che in futuro sarà chiamato «boom economico italiano»; bisogna pertanto incentivare l’esodo rurale. E ciò fu fatto con la propaganda politica; ma anche con le leggi suddette, anti-mezzadria.
Dunque l’agricoltura in seguito all’esodo rurale e alla fine mezzadrile, si riorganizza ciononostante, mediante coltura intensiva e personale dipendente salariato.
Questa è dunque l’impresa agricola italiana, moderna, attuale :
una riorganizzazione produttiva in seguito all’ Esodo rurale; e alla riuscita industriale col boom anni 60 e i primati industriali effettivi, dell’Italia fino ai nostri giorni. L’impresa moderna che ne scaturisce, è dunque una conseguenza della generale industrializzazione del Paese, nel dopoguerra.
Da ora in poi gli operai agricoli, più che dipendenti dal Datore di lavoro e dalle stagioni, sono dipendenti coinvolti nel nuovo processo di industrializzazione dell’agricoltura, che offre spazi lavorativi, oltre le semine e i raccolti, e la stretta dipendenza stagionale.
B 2. IL CONFLITTO TRA CAPITALE E LAVORO; NON È LA REGOLA, MA L’ECCEZIONE ALLA REGOLA. LA REGOLA È LA COLLABORAZIONE RECIPROCA
L’istruzione agraria e sociale, non hanno spiegato abbastanza fino a educare al meglio; che la norma e la natura principale dell’Impresa agricola moderna, è la collaborazione e il rispetto reciproco tra Capitale e lavoro; non è il conflitto come fino ad oggi si è lasciato apprendere, e come ha predicato il XX⁰ secolo.
Non è il Conflitto ma è la collaborazione. La Collaborazione è la regola; il conflitto è l’eccezione alla regola; come mette in evidenza la Laborem Exercens, al capitolo 7 : «Retto, cioè conforme all’ essenza stessa del problema; retto, cioè intrinsecamente vero e al tempo stesso moralmente legittimo, può essere quel sistema di lavoro che alle sue stesse basi supera la antinomia tra lavoro e capitale».
Pigliando la via della collaborazione, anche l’arte ne verrebbe motivata naturalmente, perché di tale strada, sentirebbe la sincerità fondamentale; e la potenza costruttiva e antropologica, analogamente a quanto è avvenuto per il lavoro agricolo.
C) PERCHÉ L’IMPRESA AGRICOLA HA BISOGNO DELLA POESIA
Risposta. Perché la poesia e l’arte sono la spia della autenticità dei rapporti umani, e in modo particolare, del rapporto autentico tra Capitale e Lavoro. Un ritorno della poesia e dell’arte significherebbe una promozione universale dell’impresa agricola Capitale-Lavoro, fino a oggi mancata.
In altre parole, se capitale e lavoro recuperano un rapporto sincero, basato su giustizia, fiducia e rispetto; allora anche l’arte e la poesia torneranno naturalmente, a interessarsi all’impresa agricola.
Perché?
Perché la poesia, dono che discende direttamente da Dio più di ogni altro dono, come ho accennato, celebra ciò che è vero, costruttivo, umano. Infatti Dio è biblicamente il Dio della Verità e della Umanità incarnata; si potrebbe dire, su questo percorso, che Dio è il più grande umanista della storia.
Tornando all’argomento, un’impresa agricola dove capitale e lavoro collaborano sinceramente, è un luogo profondamente umano e benedetto dall’alto:
infatti, crea cibo, paesaggio, comunità, futuro.
La poesia non ha ignorato l’impresa agricola italiana e mondiale, dal suo sorgere ad oggi, per superficialità precipua:
l’ha ignorata invece, perché non ne percepiva la sincerità fondamentale.
Se la sincerità torna, tornerà anche la poesia spontanea, o su commissione, dell’Impresa Agricola; fino ad oggi, tale poesia è mancata; perché il conflitto non è la regola; e perché le ideologie hanno convinto molti, che l’eccezione conflittuale, fosse la regola collaborativa.
La poesia e l’arte sono interessate alle regole vere e umane, e non alle eccezioni.
FINE
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Seguono gli Istituti Agrari storici sul territorio: Come l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige (1874), la Regia Scuola di Enologia di Conegliano (1876), la Regia Scuola Pratica di Agricoltura di Todi (1864) o gli istituti agrari toscani (come la Scuola di Pomino o il “Vegni” delle Capezzine a Cortona). Anche le lezioni ricalcano lo schema di Meleto : lezioni teoriche al mattino; visite e esercitazioni alla sera, nelle aziende annesse slla Scuola.
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