DON FRANCO FRANCHI A CAPRESE MICHELANGELO

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PAESE NATIO CHE SEI, FOSTI, SARAI

 

Evviva Don Franco,

il prete di Caprese,

cioè del mio Villaggio natio.

 

Caprese Michelangelo,

è un paese piccolo;

ma il Comune è grande.

Caprese è poco più

di un villaggio e di una contrada;

ma è grande per il suo Castello,

e la conseguente vicenda

umana, del territorio;

 

è grande per il vasto e unico

paesaggio naturale;

per la sua storia

che ha visto passare perfino

San Francesco d'Assisi (1181-82/1226);

che ha visto nascere perfino

Michelangelo Buonarroti (1475-1564),

e Giovanni Santini (1787-1877);

 

è grande, per avere accolto

 e seguito per sette secoli,

San Romualdo (951-53/1027);

il quale ha ricambiato la fede

del popolo capresano, santificando

il paese stesso, i monti come le valli,

mediante due abbazie

secolari (Tifi e Dicciano);

e mediante il monaco pittore 

Amideo Giuliano, che ritrasse

la Madonna col Bambino

tra San Romualdo e San Martino…

(Trittico del 1475, nel Museo

del Comune di Caprese).

 

Il paese di Caprese è inoltre, grande

perché (va detto), ha formato e forma

italiani e cristiani forti,

un po’ selvaggi; ma genuini,

con tanta voglia di lavorare e di vivere bene.

 

Dunque  a  Caprese, nacque Michelangelo,

la mano che seppe scolpire Dio

e la bellezza insuperata e forse insuperabile;

e qui passarono uomini in saio e sandali,

seguendo Romualdo verso Camaldoli,

Francesco verso la Verna;

essi passarono, lasciando orme leggere

sulle stesse pietre, che ancora ascoltano

e raccontano di quel passaggio

e di quell'incontro secolare, col Vangelo.

 

Don Franco cammina perciò lento o svelto,

in questo contesto della storia e della natura.

Si dice che questo prete,

oltre ad essere parte della

grande storia di Caprese,

odori di bosco e di vittoria,

di Chiesa e di segreta gloria;

ma tutti sanno e credono che la sua anima

più esattamente, profuma d'incenso

e di terra paesana e buona.

 

Conosce gli alberi di persona,

uno ad uno, come la gente del Paese;

vede Dio, anche amando e contemplando

le quercie antiche, i castagni generosi,

i faggi che alimentano in coro,

la frescura e il silenzio.

 

Sotto la Verna,

dove l’aria è sottile e limpida,

le sorgenti parlano piano,

e l’acqua sembra nascere già benedetta;

la valle di Caprese

offre castagne dal sapore irripetibile,

dette "brice" arrostite nella brage viva,

dette "baloce" che scaldano le mani d’inverno,

detto "baldino" al forno col rosmarino,

memoria semplice

di un dolce popolare,

fatto con la farina buona,

delle Castagne medesime.

 

A Villa Tifi, i fichi maturano lenti,

abbondanti di sole e pazienza,

dicono a tutti dolcemente:

"Siamo noi; i più buoni:

Cresciamo solo qui, in Villa,

per tutti i capresani".

Mentre i funghi porcini

spuntano nelle valli vicine dei castagni

e delle scope, come miracoli stagionali

e doni benigni e discreti,

dalla terra e dal cielo.

 

Don Franco li cerca

con occhi attenti,

più devoti che avidi,

sapendo che il bosco dona

specialmente a chi più lo ama,

e sa cercare quotidianamente,

con fatica e pazienza,

certezza provvidenziale

e passione coltivata negli anni

dall'esperienza; come faceva il nonno

e i familiari che furono.

 

E sopra tutto questo,

come una stella discreta,

risuona l’eco di Santini e delle sue orbite;

l'eco armonioso del cielo

studiato con la scienza, a Padova;

ma visto dal vero prima qui,

a Caprese, dove la notte è ancora

tanto povera, e autentica,

da far parlare meglio, l'universo,

e le sue costellazioni.

 

Caprese resta così, raccolta e definita,

tra fede e memoria, tra storia e natura,

con Don Franco a tenere insieme

il cielo e la terra.

E questa mediazione  tra Cielo e Terra

del prete e insieme del Paese,

è analoga a una messa

detta misteriosamente

sottovoce, che non solo i

paesani e i visitatori,

ma anche il bosco e la natura tutta

salutevolmente con abbondanza,

condividono e al mondo

predicano, anche senza saperlo.

 

OM

 

 


FINE
  

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