Villa Fattoria di Dorna.Al centro quanto rimane della Torre altomedioevale, attorno alla quale si dislocano tutti gli altri edifici, nel corso dei secoli. A destra della Torre il Portale di ingresso in pietra concia, da dove entravano e uscivano gli ultimi abitanti come molti dei primi, tra otto-novecento.
Tra la Badia e Civitella in quel della Chiana, sta la fattoria di Dorna antica e raccolta, ancor pronta a produrre bene come un tempo, come sempre, se anche oggi trovasse dirigenti e lavoratori che desiderino entrare audaci, con buone idee, dalla sua nobile e saturnia, accogliente porta.
Un tempo di gloria fu ancora la gestione delle monache montalve (1814-1992), che con la preghiera e il lavoro, con la gentilezza della donna verso i lavoratori e verso Dio, tolsero la fame e la miseria materiale e spirituale, a tutte le famiglie e a tutti i paesi circostanti che ne avessero bisogno. Le monache infatti non dicevano a tutti, soltanto un necessario buon lavoro! Ma dicevano anche Buona e quotidiana emancipazione da ogni peccato; buona e quotidiana amministrazione produttiva del ben fare e del ben vivere. E il popolo capiva e saggiamente, ogni volta, più o meno compiaciuto, ubbidiva. E Dio sorridendo di quel buontempo popolare, di buon grado, paternamente, benediceva.
Poi sono arrivati i tempi senza vocazioni; e le monache rimaste sole, hanno regalato Dorna; nel senso che finita la loro conduzione dell'ente morale Montalve o "Regio Istituto delle Signore Montalve", non potevano vendere, ma solo passare la mano, cioè trasferire la conduzione da sé stesse a qualcun altro; è la conduzione dell'ente Morale che si trasfersce; non la proprietà, che resta allo Stato italiano; infatti la denominazione di "Regio Istituto" significa Istituto o Ente morale appartenente allo Stato Italiano..
Dicevo, le monache rimaste sole, tuttavia hanno saputo dare un ultimo sguardo al bene comune. Esse d'accordo con lo Stato italiano, dissero in coro: diamo la Fattoria e tutti i nostri averi, alla Gloriosa Università di Firenze; affinché li usi per addestrare i giovani italiani, al sapere e alle professioni anche agronomiche. Noi consegniamo la Fattoria, le Fattorie, e tutti i nostri archivi e beni; l’Università raccolga di buon grado il testimone e faccia del bene insegnando.
Bellissimo pensiero di donne sante; che ragionavano al cospetto, e in compagnia di Gesù. Esse hanno compiuto il loro dovere fino in fondo. Dovere verso la Fattoria; dovere verso i lavoratori e la Patria; dovere verso Dio.
Ma l’Università di Firenze ha fatto altrettanto? Purtroppo no! L'Università ha sciupato la Fattoria di Dorna, al seguente modo. Nel 1992 riceve tutto in regalo dalle Montalve; in altre parole alla fine o autodissoluzione del "Regio Istituto delle Signore Montalve" (1648.-1992) ; l' Università fiorentina quale Ente Pubblico toscano-italiano preposto alla educazione dei giovani, per Decreto del Ministero della Pubblica Istruzione del tempo, (rappresentante lo Stato Italiano proprietario ultimo dell'Ente morale Montalve, come sopradetto), raccoglie l'eredità di tale Ente morale che cessava di esistere; impegnandosi naturalmente, a gestire al meglio, non solo Dorna, ma tutto l'immenso Patrimonio, da valorizzare, a cominciare dalla Sede fiorentina Villa "La Quiete" compresi i beni artistici e produttivi; tra questi ultimi ci sono varie Fattorie sparse in tutta laToscana; Dorna è una di queste.
In conclusione dopo avere ricevuto tutto in regalo, compresa Dorna, senza pagare una lira; gli Accademici fiorentini sciupano tutto amministrando male. E speriamo che questo sciupio sia solo a riguardo di Dorna, e non anche di altri Beni Montalve.
L'Università non è riuscita ad avere tanto cuore, da produrre a Dorna, con successo e in modo abbondante e costante. Alla fine ha venduto senza pensare al bene effettivo della Fattoria e al bene comune del popolo e della nazione. Han venduto a mezzani e speculatori in odore di ndrangheta; che a loro volta hanno spezzato la coesa proprietà, frutto di generose donazioni secolari, affibbiandola a vari acquirenti. Un inizio glorioso fu di Dorna; una fine ingloriosa della celebre Fattoria, è ahimè, tuttoggi a causa della speculazione moderna.
Tutto ciò nel silenzio e indifferenza assoluta delle amministrazioni aretine. Olio in bocca il Comune di Civitella e Arezzo; silenti le organizzazioni Imprenditoriali e sindacali. Nulli i partiti politici. Latitante la Soprintendenza ai beni d'arte. Nessuno è sorto a difendere Dorna quale termine di valore produttivo e storico, del proprio territorio. Lo Stato Italiano e l'Università fiorentina, hanno perpetrato sottobanco, una ennesima svalutazione amministrativa del territorio aretino nell'aspetto sia produttivo che storico. Ci sono Tesi di laurea su Dorna, perfino alla Università di Roma. Che fine ha fatto l'Archivio di Dorna che quei studenti volenterosi consultavano?
Fattoria di Dorna. In una sala di soggiorno ospiti, la lapide che ricorda la visita e il pranzo del Granduca Ferdinando III° di Toscana l’11 giugno 1824
Gosto. Agosstino Mazzeschi. Mentre scende dal suo trattore: e incontra chi lo vuole immortalare.
Oggi sopravvivono i fabbricati pieni di nobile rusticità Toscana. Disposti attorno a quel che rimane di una Torre antica; si capisce che un tempo il complesso era una Corte altomedioevale; poi scioltisi in Villa Fattoria del sistema poderile toscano; tanto che il Duca Ferdinando III° durante il suo viaggio dell'11 giugno 1824, vi sostò a visitare e pranzare, come ricorda la lapide interna; tanto che, diverse case coloniche circonvenenti, colonizzarono il territorio con quello che fu la secolare mezzadria. Un'arma questa, oggi discutibile; ma allora la più efficace che potesse esistere, per produrre conciliando proprietà e lavoro. Questi resti che dividono lo spazio in abitazione, cantina, abitazione da lavoratori e ampi magazzini; hanno il cuore umano e divino nella piccola Cappella; e richiamano un mondo sobrio di operosità vigente; e di vita sana dalla forza contagiosa e tantopiù per noi moderni, stupefacente; perché fuggiti da poco dalla Campagna, ritenendola troppo inadempiente.
Sono molte le generazioni che hanno scritto il lavoro e la vita in queste pietre; ci sono tutti, giovani vecchi, adulti bambini, donne uomini, famiglie intere. Gli ultimi che ho visto di persona si chiamavano Mario e Marco; Gosto e Angelo..
Dal Portone che dà sull'ampio cortile s' accede all’ultima abitazione (un settore dell'abitabile) nell'antico complesso rurale. Tutti gli abitanti della Fattoria,, si sono dissolti col tempo e i trasferimenti. Ma son venuti dal Valdarno, nei primi del duemila, gli ultimi quattro : il Fattore e la sua famiglia. Dal Portone, dicevo, Mario, il.Fattore, entra esce; da li entrano escono tutti, familiari, lavoratori, ospiti eventuali.
Manfreda la moglie, cura il focolare la cucina e il tempo; Elena la figlia, cavalca libera sulle strade viciniore; già interessata ai cani oltre che ai cavalli. Marco il figlio, invece, studia i greci e i latini al liceo classico; mette di buon grado i libri nello zaino, ha già lo sguardo su un futuro ritenuto migliore; ma sottintende, che le radici sono nella bellissima fattoria.
Ogni giorno feriale, verso le tredici, Marco torna a piedi dalla scuola: non c’è autobus che salga fin quassù, e la strada va fatta, tutta, al passo in più.. Se frattanto, vede Gosto col trattore lontano o vicino che sia, lo chiama forte, agita le braccia. A volte Gosto sente e lo carica; altre no, e il motore se ne va, lasciando Marco in disappunto solo sulla strada: s'arrabbia, gesticola e urla: "Gostooo" ! chiama ancora, poi tace e cammina: non ha scelta, se non avanzare, verso casa, anche oggi come prima.
E chi è Gosto ? Sempre allegro, e autentico, analogamente al buon vino da tavola che predilige rispetto a ogni altro vino o liquore: Gosto è un operaio universale, dal tratto umile e gentile, ma anche tipico della Valdichiana nazionale. Pensa che Dio certamente esiste, e la Chiesa ha sempre ragione; ma non lo dice a nessuno; solo agisce in proprio con grandi conseguenze nella vita quotidiana. Mite d’aspetto, astuto nel pensiero; scarpe grosse e cervello fino. Bassotto, rubicondo, tuta blu da lavoro o meccanico, mangia pastasciutta anche a colazione, ama il buon vino (come sopradetto) e lo regge bene, senza mai perdere misura o senno. Non bestemmia mai; non si arrabbia mai. Ha sempre pronta la soluzione filosofica o tecnica che sia. Non confida a nessuno a che partito politico appartiene; ma stranamente, tutti sanno che va sempre a votare. Prontissimo a far favori ad altolocati come a disgraziati, difficilmente qualcuno gli nega qualsiasi cosa chieda. E quando è esaudito, conserva a chiunque, riconoscenza sincera, per anni, se non per sempre.
Il collega Angelo, è Bassotto pure lui. Ha lo sguardo sempre sotto un cappellino o cappellaccio tondo, più sgualcito che ondulato, ottenuto gratuitamente da un’officina. Somiglia proprio a conti fatti, a un fungo. Quasi sembra parente di uno gnomo o puffo della foresta. Angelo vota comunista, i problemi della vita sono più degni di soluzione, del problema di Dio, che è un falso problema (Dio " o religione, oppio dei popoli"!) come insegna il Partito, vera e nuova Chiesa. il Datore di lavoro è quasi sempre, per questa filosofia, un farabutto sfruttatore da temere e controllare. Però Angiolino crede che la politica possa risolvere i problemi. Anche lui con la tuta celeste chiara da meccanico, perché sbiadita dai lavaggi e dal lavoro. Scarponi grossi e neri da nuovi; cervello buono più che fino; ma è meglio non farlo arrabbiare; se no ti rifila madonne e improperi che trattiene si, ma se esageri sbotta come la bocca di un vulcano. E in tal caso lo sguardo esce feroce dal fungo del cappello, facendosi forte e adirato, a volte minaccioso e per le feste, inguastito a mò di uno che non lascia scampo.
Dorna paradiso della qualità di produzione; della Proprietà senza interruzione; del paesaggio agricolo di viti e olivi ultimamente, ma anche di seminativi e boschi più recentemente; Dorna, infine, mirabilissima, agricola visione.
Intorno, ai fabbricati e il giardino di conifere secolari, (piante queste più nobili che rurali), c'è l’argento e il verde d'olivi e vigne; c'è insomma, il mare della produzione
La Chiesetta della Badia coi rintocchi di gentile e preziosa campana, segna volentieri, ogni giorno, l’ora presta e mezzana, l’ora vespra e di mattina.
Lassù nel primo monte, Civitella appare signora della Chiana col castello spezzato dal tempo e le case rimesse benbene di fuori e di dentro , dintorno, contro il cielo sereno, e dabbene.
Puntuale passa, ogni giorno nella valle piana, il trenino Sinalunga-Arezzo a due soli vagoni; e ogni volta saluta tutti col suo inconfondibile miniurlo, UhaaaaaUhaaaaaa ! Saluta tutti. Nessuno escluso. E si allontana agile e leggero. Qualcuno risponde? Comunque di tutti gli abitanti segnala la presenza importante; e con se ad ogni passaggio, del popolo raccoglie e carica l'allegria e la pazienza interessante.